Mi resi conto allora che la gente temeva il silenzio più che ogni altra cosa, e che la tendenza a parlare senza posa non era che un riflesso di difesa, basato sul rifiuto di vedere qualche cosa, un rifiuto di confessare qualcosa a sé stessi.
Ouspensky Tweet
Sovente quando parliamo lo facciamo senza un preciso scopo e senza una reale conoscenza di quello di cui stiamo parlando, ma semplicemente attraverso un’azione automatica del nostro centro motorio. Costruiamo nella nostra mente scenari e situazioni attraverso il lavoro del centro emozionale che, troppo spesso, non verifichiamo e di cui parliamo per ore ed ore con chiunque sia disposto ad ascoltarci.
Ogni esperienza della funzione emozionale o istintiva motoria che non riusciamo a digerire viene eliminata attraverso il parlare inutile.
Molti di noi avranno avuto l’esperienza di vedere due signore che, incontrandosi al mercato, iniziano a parlare di qualunque cosa. Nessuna delle due è veramente consapevole di quello di cui sta parlando, probabilmente se gli domandassimo l’oggetto della loro conversazione sarebbero in grado di ricostruirlo, e forse anche ricollegare qualche passaggio, ma in quanto al fine e alla ragione del loro conversare, probabilmente un semplice “perché ci fa piacere” sarà più che sufficiente. D’altro canto è esattamente ciò che deve essere, ogni forma di giudizio da parte nostra mostrerebbe una mancanza di reale comprensione di quello che abbiamo preso come esempio.
Il parlare inutile riempie gli spazi vuoti, colma quella sensazione di considerazione interna o di disagio, che potrebbe, se giustamente utilizzata, portarci ad un momento di maggiore presenza e consapevolezza. Il parlare inutile si esprime attraverso un’azione incontrollata del centro motorio che può esprimersi, sia a livello verbale, quando parliamo con qualcuno o, a livello mentale, quando passiamo ore ed ore in uno “stato” di “conversazione interiore” che nel sistema è chiamato immaginazione.
Riuscendo ad osservare con maggiore attenzione, possiamo vedere come passiamo da un soggetto ad un altro senza interruzione. Ad esempio, quando non abbiamo abbastanza conoscenza su un soggetto, ma in un modo o in un altro ci troviamo coinvolti in una conversazione su di esso, raccogliamo le poche informazioni che abbiamo e ne parliamo come se lo conoscessimo.
Non abbiamo quasi mai un preciso scopo nel nostro parlare, non sappiamo dove vogliamo arrivare, e per questo qualunque pensiero che si collega associativamente può diventare il soggetto del discorso. Nel caso di conversazioni su un argomento che conosciamo, possiamo seguire una linearità e consequenzialità nel nostro parlare, resta comunque da osservare se siamo consapevoli di quello di cui parliamo o se semplicemente stiamo sbobinando il materiale accumulato nei nostri centri inferiori riguardo alla nostra attività o conoscenza specifica. Non prestiamo abbastanza attenzione ai differenti elementi che compongono il momento e per questo, il flusso di parole che fuoriesce da noi, è solo un’ azione meccanica senza alcun fine intenzionale da parte nostra.
Il parlare inutile rappresenta un’eliminazione; quando ci troviamo in una situazione di disagio, che possa essere emozionale o istintiva, iniziamo a parlare. Attraverso un impulso ricevuto nel momento, evochiamo quello che abbiamo nei nostri “registri” (o rulli) ed iniziamo, in base al contesto, a rilasciare energia con più o meno successo. Se diventiamo consapevoli di questo meccanismo, invece di reagire immediatamente, iniziamo ad osservare il soggetto del nostro parlare inutile e a ricollegarlo con il tipo di disagio che il centro emozionale od istintivo sta respingendo. Grazie a questo saremo in grado di osservare noi stessi. Nel tempo, questo contatto più profondo ci insegnerà a limitare il parlare inutile, e ad essere più percettivi alla realtà che ci circonda.
Una delle difficoltà che dobbiamo considerare in relazione al parlare, è che ci identifichiamo emozionalmente con quello che stiamo dicendo e questo si manifesta attraverso la sensazione che quello di cui stiamo parlando sia estremamente importante. Dimentichiamo tutto quello che ci circonda e la sola cosa a cui siamo interessati è esprimere quello che pensiamo.
Questo tipo di identificazione viene spesso giustificata attraverso la menzogna della “necessità di essere sinceri con gli altri”, attraverso questo respingente semplicemente la nostra falsa personalità si arroga il diritto di dire tutto quello che le passa per la mente senza nessuna azione reale di consapevolezza e considerazione esterna, o usando un’altra comune menzogna, quella del “l’ho fatto per suo bene”.
Probabilmente, come Gurdjieff chiaramente dice, una persona che mente meno a se stessa, e che di conseguenza parla in maniera più intenzionale, è meno interessante per gli altri. Questo è un ostacolo soprattutto emozionale che dobbiamo essere pronti ad affrontare (sofferenza volontaria). E’ necessario comprendere allora se preferiamo la vanità di un momento di simpatia, o la verità di un momento di consapevolezza. Questo non significa che nel Lavoro non si rida e si scherzi, questo è un concetto formatorio, ma il tentativo che viene messo in atto è quello di essere intenzionali, il che richiede tempo e conoscenza per poter essere espresso.