L’uomo è una macchina stimolo-risposta; questo vuol dire che ogni stimolo che riceviamo, evoca una risposta automatica. Ma da dove vengono queste? Nel corso della vita, dall’infanzia all’età adulta, accumuliamo informazioni, atteggiamenti, idee e concetti che sono registrati all’interno dei centri che formano la struttura dell’essere umano. Tutte queste informazioni sono collegate a particolari circostanze e avvenimenti e sono riproposti quando uno stimolo ha una relazione con l’evento precedente.

Possiamo osservare come, ad esempio quando stiamo guidando la nostra autovettura, le immagini che vediamo portano con se’ il ricordo di qualche associazione di pensiero: se vedo una mamma con il suo bambino penso a mio figlio o se vedo due persone che si baciano posso pensare a mia moglie o al film d’amore visto la sera prima. Ogni stimolo evoca una risposta. La risposta generata è ciò che dobbiamo osservare quando parliamo di Immaginazione.

Il processo meccanico associativo dei pensieri, ricordi e proiezioni, portato avanti senza controllo è quello che, nel sistema della Quarta Via, viene chiamato Immaginazione; è il sognare ad occhi aperti, con la differenza che non ci accorgiamo che è la condizione in cui ci troviamo per la maggior parte del nostro tempo.

Il tipo di immaginazione, in questo caso, non è quella creativa, che è l’espressione di un pensiero intenzionale volto ad un fine, ma il pensiero associativo che semplicemente accade, in cui ci perdiamo da un sogno ad un altro, da un’associazione di pensiero ad un’altra, senza minimamente renderci conto di quello che accade.

Possiamo verificare che questo tipo di pensiero non lascia traccia: se abbiamo un momento di maggiore consapevolezza dopo un periodo di immaginazione difficilmente ricorderemo i pensieri che abbiamo avuto.

L’immaginazione non produce nessun risultato reale, consuma una grande quantità di energia e di tempo e nutre un modo di pensare sbagliato;  a causa dell’immaginazione, cose totalmente irreali come ad esempio la relazione immaginaria con qualcuno diventano reali; capita spesso che quando abbiamo un problema con una persona, costruiamo all’interno della nostra mente dei discorsi immaginari in cui parliamo alla persona e rispondiamo per lei, ripetiamo talmente tante volte questi dialoghi che finiamo per credere alla loro realtà e questo lo possiamo verificare dal fatto che, quando ci troviamo poi realmente di fronte alla persona, il nostro atteggiamento nei suoi confronti non è regolato dalla realtà del momento, ma dalla nostre convinzioni maturate in seno al nostro processo immaginativo. Nella nostra mente l’immaginazione sembra un’esperienza reale come lo può sembrare un ricordo, è per questo che abbiamo la tendenza a confonderli; quando immagino i risultati di un avvenimento diversi centri sono attivati, così se ad esempio immagino una situazione di disagio emozionale: in quel momento la provo anche se non è reale e nel tempo se non facciamo qualcosa, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che abbiamo immaginato.

Ogni volta che riceviamo uno stimolo su un soggetto, ripetiamo lo stesso gruppo di Io associativi, e nel tempo corriamo il rischio non essere in grado di distinguere ciò che realmente è accaduto da ciò che abbiamo immaginato. Diventa chiaro quando pensiamo a tutte le disfunzioni psichiche che generano paranoia; qui le persone iniziano a vedere nemici ovunque e interpretano ogni azione secondo uno schema irreale, perché fondato su considerazioni non collegate con le reali manifestazioni delle persone, che determinano le loro azioni. Esistono persone che credono di avere poteri superiori solo perché lo hanno immaginato e, a causa dell’assenza di confronto con il mondo esterno, nutrono questa immaginazione attraverso espressioni irreali che non possono essere contraddette.
Un tipo di immaginazione molto comune nella nostra civiltà è l’ immaginazione negativa: siamo in grado di immaginare le più grandi disgrazie, e di vivere aspettando che accadano.

L’immaginazione non è sotto il nostro controllo, come lo è l’immaginazione creativa; in questo senso non è in nessun modo utile al nostro lavoro, perché se fossimo in grado di controllarla semplicemente ci renderemmo conto del fatto che non ci serve.

La differenza fra immaginazione e pensiero risiede nel controllo, è necessario esercitarlo e non lasciare che le cose accadano. Il controllo è una questione di conoscenza e abilità.

Per poter iniziare a lavorare contro l’immaginazione dobbiamo iniziare a riconoscerla nella nostra quotidianità, ed ogni volta che ci accorgiamo di essere persi dobbiamo fermare il corso dei pensieri e ritornare al momento.
Imparare ad arrestare il pensiero è un esercizio che ci porta ad interrompere il flusso di Io associativo incontrollato in cui siamo immersi per la maggior parte del nostro tempo.

L’immaginazione si basa su un assenza di confronto reale con il mondo che ci circonda.

E’ difficile da controllare perché quando siamo in immaginazione vediamo quello che vogliamo, non consideriamo i differenti elementi che compongono ogni accadimento se non in maniera superficiale ed incompleta, vediamo solo la piccola parte che soddisfa il sogno, positivo o negativo, conforme alla nostra meccanicità.
Per poter arrestare l’immaginazione dobbiamo iniziare ad essere più reali, ad avere il coraggio di vedere quanti più elementi possibile in ciò che ci accade, sia interiormente che esteriormente, ed indagare il loro funzionamento e composizione con attenzione.
Questo lavoro ci porterà a creare nuovi collegamenti con la realtà che ci circonda e a togliere terreno all’immaginazione. Ma per fare questo dobbiamo avere degli scopi, la conoscenza ed una struttura che ci sostiene e ci guida, con la quale possiamo confrontarci, dove indagare e sperimentare le nostre vite quotidiane, questo è il luogo del lavoro.
Lo scopo che vogliamo raggiungere nel lavoro è sempre lo stesso, essere consapevoli e coscienti di noi stessi.