
«Dobbiamo compiere tutti i passi necessari per vivere il tempo dell'”Io Sono”, lo stato dell'”Io Sono”. Non solo teoricamente, ma concentrando la nostra attenzione, con la nostra piena presenza.» — G.I. Gurdjieff
Poche parole nell’intero insegnamento di Gurdjieff portano con sé una densità così grande. Io Sono. Due parole che sembrano semplici — banali, persino — e che invece aprono su uno degli abissi più profondi del lavoro su sé stessi.
Cosa significa, esattamente, vivere il tempo dell'”Io Sono”? E perché Gurdjieff insiste che non basta comprenderlo teoricamente?
Il problema della presenza ordinaria
Nella vita quotidiana, la maggior parte di noi non è davvero presente. Non nel senso pieno del termine. Siamo presenti ai pensieri, alle preoccupazioni, ai ricordi, alle aspettative — ma raramente siamo presenti a noi stessi mentre tutto questo accade.
Gurdjieff descriveva questo come lo stato di sonno meccanico: una condizione in cui l’essere umano funziona in modo automatico, trascinato da stimoli esterni e reazioni interne, senza un centro stabile da cui osservare e scegliere. In questo stato, non c’è un vero “Io”. Ci sono molti piccoli “io” — stati d’umore, abitudini, identificazioni — che si alternano continuamente al comando, ognuno convinto di essere l’unico e il vero.
L'”Io Sono” non è uno di questi piccoli “io”. È qualcosa di qualitativamente diverso: una presenza consapevole, stabile, che non dipende dalle circostanze esterne né dagli stati emotivi del momento. È il punto fermo da cui diventa possibile osservare tutto il resto — pensieri, emozioni, sensazioni — senza esserne travolti.
Teorico versus vissuto: la distinzione fondamentale
Gurdjieff è esplicito su un punto che molte tradizioni spirituali tendono a sfumare: capire non basta. Anzi, la comprensione intellettuale — se non accompagnata da un’esperienza diretta — può diventare un ostacolo. Crea l’illusione di sapere senza che ci sia stato alcun cambiamento reale.
Quante volte abbiamo letto di presenza, di consapevolezza, di “vivere nel momento presente” — e poi ci siamo ritrovati esattamente come prima, trascinati dalle stesse reazioni automatiche, persi negli stessi flussi di pensieri?
La conoscenza intellettuale dello stato dell'”Io Sono” è come leggere la descrizione di un paese che non abbiamo mai visitato. Possiamo diventare esperti di quella descrizione. Possiamo parlarne con precisione. Ma non abbiamo mai respirato quell’aria, sentito quel suolo sotto i piedi.
Il lavoro che Gurdjieff propone — e che l’Istituto Gurdjieff porta avanti nei suoi corsi — è esattamente questo passaggio: dalla descrizione all’esperienza diretta. Non una volta, in un momento straordinario, ma ripetutamente, nella vita ordinaria, nei momenti comuni di ogni giornata.
“Concentrando la nostra attenzione”: il metodo
La citazione non lascia spazio all’ambiguità sul metodo: concentrando la nostra attenzione. Non attraverso la fede, non attraverso la comprensione, non attraverso l’emozione — ma attraverso un atto preciso e intenzionale dell’attenzione.
L’attenzione è la chiave. E nella Quarta Via, l’attenzione non è qualcosa che si ha o non si ha — è qualcosa che si allena, con esercizi specifici e con un lavoro quotidiano e costante.
Il primo movimento è sempre lo stesso: accorgersi di dove si trova la propria attenzione in questo momento. Non dove dovrebbe essere. Non dove era un attimo fa. Dove è adesso. Questo atto di riconoscimento — così semplice da sembrare banale, così difficile da compiere davvero — è il primo passo verso lo stato dell'”Io Sono”.
Il secondo movimento è il ritorno: riportare l’attenzione a sé stessi. Non ai propri pensieri, non alle proprie emozioni — a sé stessi come presenza consapevole che osserva pensieri ed emozioni. Questo è ciò che Gurdjieff chiamava auto-ricordo, e che considerava la pratica più importante dell’intero percorso.
Il terzo movimento è la permanenza: riuscire a mantenere questa presenza per un tempo sempre più lungo, in condizioni sempre più difficili — non solo nella quiete di un esercizio formale, ma nel mezzo di una conversazione difficile, di una giornata frenetica, di un momento di pressione.
La piena presenza: cosa significa davvero
«Con la nostra piena presenza»: questa espressione merita una riflessione a parte. La piena presenza non è la presenza parziale con cui normalmente affrontiamo le cose — metà attenzione al compito, metà ai pensieri che si associano, metà alle preoccupazioni, metà al telefono.
La piena presenza implica che tutti e tre i centri — intellettuale, emotivo e motorio — siano orientati nella stessa direzione, nello stesso momento. La mente è qui. Il corpo è qui. Le emozioni sono qui. Non c’è una parte di noi che vaga altrove.
Questa è un’esperienza rara nella vita ordinaria. Ma è un’esperienza possibile — e riconoscibile, quando accade. Ci sono momenti in cui qualcosa di importante ci assorbe completamente, in cui il tempo sembra fermarsi e noi siamo interamente presenti a ciò che sta accadendo. Gurdjieff ci dice che quello stato non deve essere lasciato al caso — può essere coltivato, ricercato, approfondito attraverso un lavoro preciso.
Il tempo dell'”Io Sono”: una presenza che si costruisce
La scelta della parola “tempo” nella citazione non è casuale. Gurdjieff non parla di un momento dell'”Io Sono”, ma di un tempo — di una durata, di un periodo sostenuto di presenza consapevole.
Questo suggerisce che lo stato dell'”Io Sono” non è un’illuminazione improvvisa e definitiva. È qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso momenti sempre più frequenti e sempre più profondi di presenza autentica. Ogni momento in cui riportiamo l’attenzione a noi stessi, ogni momento in cui non ci lasciamo trascinare automaticamente dalle circostanze, è un mattone nella costruzione di questo stato.
Il lavoro è graduale. È quotidiano. È interiore nel senso più concreto del termine — non un viaggio verso qualcosa di lontano, ma un approfondimento di ciò che già siamo, al di là di tutte le identificazioni e tutti gli automatismi che normalmente ci coprono.
Un invito al lavoro
La citazione di Gurdjieff si apre con una parola precisa: dobbiamo. Non “sarebbe bello”, non “potremmo considerare di”. Dobbiamo. C’è una necessità in questo — la necessità di chi ha compreso che vivere senza presenza, senza un vero “Io Sono”, è una forma di esistenza incompleta.
Ma la necessità non basta senza il metodo. E il metodo non basta senza la pratica condivisa, senza il confronto con chi percorre lo stesso cammino, senza la guida di chi ha già percorso quella strada.
È per questo che il lavoro in gruppo — nei corsi e negli incontri dell’Istituto Gurdjieff — non è un optional, ma una parte essenziale del percorso. Lo stato dell'”Io Sono” si comprende nella solitudine del proprio lavoro interiore, ma si approfondisce nel contatto autentico con altri che cercano la stessa cosa.
Se senti che queste parole ti riguardano — se c’è qualcosa in questa citazione che risuona non solo nella mente ma in qualcosa di più profondo — questo potrebbe essere il momento giusto per fare il passo successivo.