
L’energia e le manifestazioni negative: un esercizio pratico di Gurdjieff
Quante volte ci siamo prefissati un obiettivo — cambiare un’abitudine, lavorare su noi stessi, compiere un passo nella nostra trasformazione interiore — e ci siamo ritrovati, dopo qualche giorno, esattamente nel punto di partenza? Non per mancanza di volontà, non per pigrizia, ma per qualcosa di più sottile e difficile da individuare.
Gurdjieff offre una diagnosi precisa: l’energia manca.
Ma perché manca? Non perché non la produciamo. La produciamo ogni notte, nello stato di riposo, in quello stato passivo in cui il corpo si rigenera. Il problema è ciò che ne facciamo durante il giorno: la consumiamo — interamente, quasi automaticamente — nelle manifestazioni negative.
Cosa sono le manifestazioni negative?
Non si tratta necessariamente di rabbia esplosiva o di comportamenti distruttivi evidenti. Le manifestazioni negative, nel senso gurdjieffiano, sono qualcosa di molto più pervasivo: ogni reazione automatica, ogni tensione inutile, ogni lamentela interiore, ogni giudizio compulsivo, ogni stato di preoccupazione che gira a vuoto. Sono il contrario delle manifestazioni volontarie e positive — quelle azioni consapevoli, intenzionali, che nascono da un sé che sceglie invece di reagire.
Il punto cruciale è che queste manifestazioni sono automatiche. Non le decidiamo. Accadono, e noi le seguiamo senza accorgercene, come foglie trascinate dalla corrente.
Il paradosso dell’obiettivo
Gurdjieff descrive una situazione specifica, e chiunque abbia lavorato su sé stesso la riconoscerà: ci sono persone che riescono già a ricordare automaticamente il proprio obiettivo — sanno cosa vogliono diventare, cosa devono fare — ma non hanno la forza per realizzarlo. Conoscono la direzione, ma le gambe non rispondono.
Questa non è una condizione di fallimento. È, paradossalmente, un punto di partenza importante: almeno c’è consapevolezza dell’obiettivo. Il problema è energetico, non intellettuale.
L’esercizio
Ed è qui che Gurdjieff diventa straordinariamente concreto e pratico. Invece di predicare la forza di volontà o proporre elaborati sistemi teorici, offre un esercizio semplice, quasi sorprendente nella sua semplicità:
Sedetevi per almeno un’ora da soli. Rilassate tutti i muscoli. Lasciate scorrere le associazioni — i pensieri, le immagini, i ricordi — ma non lasciatevi trascinare. Dite loro: “Se ora mi lasciate fare quello che desidero, in seguito esaudirò i vostri desideri.” E guardatele come se appartenessero a qualcun altro.
Proviamo a scomporre questo esercizio nei suoi elementi essenziali.
Il rilassamento muscolare non è un dettaglio. Ogni tensione nel corpo è energia immobilizzata, cristallizzata in forma fisica. Rilassare i muscoli significa già liberare qualcosa.
Lasciare che le associazioni procedano senza esserne assorbiti è uno dei compiti più difficili che esistano. La mente associa continuamente, salta da un pensiero all’altro, da un ricordo a una preoccupazione futura. Gurdjieff non chiede di bloccare questo flusso — sarebbe impossibile e controproducente. Chiede di osservarlo senza identificarsi.
“Esaudirò i vostri desideri in seguito” è una promessa fatta alla propria psiche, alle proprie associazioni. È un atto di rispetto verso quelle parti di noi che reclamano attenzione — e al tempo stesso un atto di autorità: prima faccio io, poi tocca a voi. È il gesto di chi ha cominciato a distinguere tra il sé che vuole e il sé che reagisce.
Guardare le associazioni come se appartenessero a qualcun altro è forse il cuore di tutto. È la pratica del non-identificarsi — uno dei concetti centrali dell’intero insegnamento di Gurdjieff. Io sono chi osserva, non i pensieri che passano. Io sono chi sceglie, non l’automatismo che reagisce.
Perché questo esercizio è rilevante oggi
Viviamo in un’epoca di dispersione energetica senza precedenti. Le notifiche, i social, il rumore costante delle informazioni — tutto concorre a frammentare l’attenzione, a stimolare reazioni automatiche, a consumare quella preziosa energia che potrebbe essere usata per qualcosa di volontario e significativo.
L’insegnamento di Gurdjieff, formulato un secolo fa, descrive con sorprendente precisione la nostra condizione attuale. E l’antidoto che propone è radicale nella sua semplicità: fermarsi. Sedersi. Osservare. Recuperare un rapporto consapevole con la propria energia interiore.
Non è meditazione nel senso convenzionale. Non è terapia. È qualcosa di più specifico: un allenamento alla presenza consapevole, alla distinzione tra ciò che siamo e ciò che ci accade automaticamente.
Un primo passo
Se questa citazione ti ha colpito, ti invitiamo a provare l’esercizio — almeno una volta, nelle condizioni descritte. Un’ora, da soli, in silenzio. Non per ottenere qualcosa di immediato, ma per cominciare a osservare: quanta energia viene consumata ogni giorno senza che ce ne accorgiamo, e quanto potrebbe essere disponibile se imparassimo a non disperderla.
Il lavoro su sé stessi inizia sempre con un’osservazione onesta.
Istituto Gurdjieff — [Bari]